Il milionario ha beccato il suo dipendente mentre, tra risate e galoppi improvvisati, faceva “il cavallino” per i figli… e ciò che è accaduto subito dopo ha zittito tutti.

Quando il nonno di Alex — ormai quasi cieco e dato per spacciato — convoca la famiglia più famelica che esista per annunciare che devolverà ogni centesimo in beneficenza, l’aria si fa elettrica. La cassaforte socchiusa nella stanza è una tentazione troppo grande, e mentre i parenti entrano a turno per “salutarlo”, Alex sente odore di trappola. Ma quando finalmente resta solo con lui, il nonno gli consegna una rivelazione capace di ribaltare tutto.

A diciannove anni Alex era il bersaglio facile: la nota stonata in una casa dove la ricchezza era un passaporto e lui non aveva il timbro giusto. Dopo la morte di sua madre, suo padre aveva sposato Karen, portandosi dietro una nuova famiglia: due figlie perfette, sorrisi da vetrina e un carico di finzioni sufficiente a far affondare qualsiasi cosa somigliasse a serenità.

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Lo guardavano con quell’espressione che non è nemmeno odio, è peggio: disgusto educato. Come se fosse un granello di sporco finito per errore nel loro salotto immacolato. La villa, con tutte le sue stanze, diventava improvvisamente stretta, quasi soffocante, ogni volta che lui varcava una soglia.

I loro completi su misura, le pieghe impeccabili, i capelli sempre in ordine rendevano ancora più evidente quanto Alex non appartenesse a quel mondo, con le sue magliette sdrucite, i jeans da mercatino e la coda di cavallo fatta in fretta.

«Alex, tesoro…» diceva Karen con un tono zuccheroso che sapeva di veleno. «Non preferisci mangiare in cucina? Là stai più comodo.»

Traduzione: “Non farti vedere dalle mie amiche.”
E suo padre? Abbassava gli occhi sul piatto, improvvisamente rapito dal fascino degli asparagi arrosto, come se la codardia avesse il sapore delle verdure.

Nemmeno i cugini salvavano la situazione. Erano sei, e trattavano ogni incontro di famiglia come una fiera del prestigio: strette di mano, sorrisi studiati, complimenti strategici. Parlare con Alex, invece, era tempo sprecato.

Così lui finiva spesso in cucina, a dare una mano al personale. Almeno lì qualcuno lo chiamava per nome. Maria, la cuoca, gli infilava sempre un piattino in mano: una fetta enorme della sua torta al cioccolato.

«Quelli là fuori?» sussurrava, lanciando un’occhiata al salone. «Non capiscono cosa stanno buttando via.»

Eppure c’era una persona che non lo faceva sentire un intruso: il nonno.

Lui sì che era diverso. Si era costruito da solo partendo dal nulla e, cosa rara, la fortuna non gli aveva corroso l’anima. Non era raffinato nel modo in cui lo intendeva Karen; era solido. Terra sotto le unghie, sale addosso, risate vere.

Il nonno vedeva Alex quando gli altri gli passavano attraverso. Gli insegnava cose che non si trovano nei manuali: come potare un roseto senza ucciderlo, come aggiustare una serratura, come incassare un colpo senza perdere la dignità.

Mentre gli altri inseguivano inviti e titoli, Alex e il nonno sedevano sulla veranda, bicchieri di limonata in mano, e parlavano della vita come se fosse una cosa semplice.

«Ricordatelo, ragazzo» gli diceva nei giorni peggiori. «La vendetta migliore è vivere bene. E magari… anche divertirsi un po’ mentre ci riesci.»

Alex capì davvero quel “divertirsi” l’estate in cui tutto cambiò.

Il nonno si ammalò, e in poche settimane passò dall’essere un uomo di ferro a un corpo fragile nel letto. La vista se ne andò a pezzi, poi quasi del tutto. Appena la notizia si sparse, la famiglia arrivò come uno stormo di avvoltoi: carezze finte, premure teatrali, frasi commosse recitate a memoria.

Alex, invece, andava ogni giorno. Non per la cassaforte incassata nel muro — di cui tutti bisbigliavano a mezza voce — ma per stare lì. Gli prendeva la mano, gli leggeva ad alta voce, gli raccontava cose inutili solo per farlo sorridere.

Fu il nonno a scegliere il libro: Il conte di Montecristo.
E chiese, più volte, proprio il passaggio del tesoro.

«Rileggilo» ripeteva. «Quello… lì.»

Alex avrebbe dovuto intuire che stava apparecchiando qualcosa.

Poi arrivò quel messaggio vocale, debole ma chiarissimo:
«Riunione di famiglia. Venite tutti da me. Subito.»

Si presentarono tutti in un lampo, urtandosi perfino sul pianerottolo. Alex rimase vicino alla porta, come sempre, pronto a farsi piccolo. E in quel momento la vide: la cassaforte era socchiusa.

Il nonno non la lasciava mai così.

Gli sguardi dei parenti, uno dopo l’altro, scivolarono verso quella fessura nera come verso un richiamo. Le figlie di Karen, Bella e Chloe, si diedero di gomito, gli occhi lucidi di avidità.

Il nonno parlò con la voce stanca di chi non ha più tempo da perdere:
«Mi dispiace non poter più vedervi. Ormai la fine non è lontana. Vi ho chiamati perché ho deciso una cosa: tutto quello che possiedo andrà in beneficenza.»

Il silenzio che seguì fu così pesante che Alex lo sentì premere sulle orecchie. Non era tristezza: era shock. Sogni d’oro che si spezzavano come vetro sottile.

Ethan, il cugino, fece un verso strozzato — un mezzo gemito — e subito dopo fissò la cassaforte. Uno dopo l’altro lo imitarono. Sembrava che nella stanza si fosse accesa una sola idea, identica per tutti: se prendo qualcosa, lui non se ne accorge.

«Ora» continuò il nonno, aggiustandosi gli occhiali scuri, «vorrei parlare con ognuno di voi da solo. Chi viene per primo?»

Scoppiò il caos. Voci sovrapposte, gomitate, sorrisi improvvisi. Era come guardare pesci affamati gettarsi su una briciola.

Lo zio di Alex alzò la mano con autorità:
«Basta. Sono il figlio maggiore. Entro io.»

Alex provò a intervenire, a dire qualcosa, a fermare quel teatrino disgustoso. «Nonno, aspet—»
Ma Bella e Chloe lo urtarono apposta, spingendolo nel corridoio come si fa con un ingombro.

Da lì Alex li vide entrare uno alla volta. E uscire uno alla volta. Ognuno con quell’espressione soddisfatta che hanno i gatti dopo aver rubato il cibo dal tavolo.

Lo stomaco gli si chiuse. Capiva perfettamente. Quella cassaforte aperta era un invito, e loro lo avevano accettato senza vergogna.

Alex fu l’ultimo. E quando finalmente gli permisero di entrare, la stanza odorava ancora di profumo costoso e avidità.

Si sedette vicino al letto. Non guardò nemmeno la cassaforte. A quel punto, qualunque cosa fosse stata lì dentro, era già sparita.

«Nonno…» sussurrò, stringendogli la mano. «Io non sono pronto.»

Le parole gli uscivano rotte. I ricordi gli esplodevano addosso: la prima volta che aveva imparato a pescare, la paura di fare del male ai vermi, le notti d’estate a contare le stelle e a sbagliare le costellazioni finché il nonno non rideva.

«Te le ricordavi tutte» disse il nonno piano. «Proprio come ti sei ricordato delle mie rose.»

Gli strinse le dita. «Tu hai sempre avuto un cuore pulito, Alex. E sei stato l’unico di cui mi potessi fidare.»

Poi il nonno fece una cosa che gelò Alex sul posto: si tolse gli occhiali scuri.

Sotto, non c’erano occhi spenti. C’erano occhi lucidi, vivi. Che lo fissavano dritto.

«Ti stai chiedendo come facevo a sapere tutto, vero?» disse, con un ghigno che non aveva nulla di malato.

Alex si sentì mancare l’aria. «Tu… ci vedi?»

«Abbastanza da vedere loro» rispose il nonno. «Uno per uno. Mani nella cassaforte, facce da santi e anima da ladri. Pensavano che un vecchio cieco non potesse beccarli.»

Indicò il muro con un cenno. «Aprila, Alex. Vediamo com’è andata la pesca.»

Alex si alzò con le gambe molli e spalancò lo sportello.

Vuota.

Non c’era niente.

Il nonno scoppiò a ridere, una risata piena, giovane, che non apparteneva a un uomo morente.

«Dentro c’erano dieci milioni… ma finti» annunciò, orgoglioso. «Banconote da scena, perfette. E se le sono portate via tutte.»

Alex rimase senza parole.

«I soldi veri sono altrove, in un caveau» continuò il nonno. «E sono per te. Perché tu non li userai per comprare rispetto. Tu li userai per vivere. E se vuoi lasciarti alle spalle questo covo… fallo. Senza voltarti.»

Nei giorni successivi, con un nuovo trattamento, il nonno iniziò perfino a riprendersi. I medici parlarono di caso raro. Alex, invece, pensò solo una cosa: un uomo così non lo tieni giù facilmente.

La famiglia, quando capì l’inganno, impazzì. Karen urlò di tribunali e avvocati. Suo padre, per la prima volta in anni, trovò la voce — ma la usò solo per pretendere “la sua parte”. I cugini tirarono fuori insulti e minacce come coriandoli.

Alex li ascoltò da lontano. E poi fece l’unica cosa sensata.

Comprò due biglietti per Bali. Prima classe, perché il nonno insistette: «Se devi ricominciare, fallo con stile.»

Ora Alex scrive seduto su una sdraio, con il mare davanti. E poco più in là c’è il nonno, che insegna ai bambini del posto a costruire castelli di sabbia come se fosse la missione più importante del mondo.

La sua risata corre sulla spiaggia come musica.

«Alex!» grida. «Passami un’altra noce di cocco! Pianificare una vendetta perfetta mette sete!»

Alex gliela lancia e si siede accanto a lui, guardando il tramonto dipingere il cielo di colori che a casa non aveva mai visto.

«Ne è valsa la pena?» chiede. «Tutta quella messinscena… fingere la cecità?»

Il nonno beve un sorso e sorride. «Guardati, ragazzo. Stai sorridendo. Sei libero. E loro? Probabilmente stanno ancora litigando per soldi di carta. Direi che sì… ne è valsa ogni singola seconda.»

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