Tornare a casa era diventato, per me, un rituale amaro: aprivo la porta e mi trovavo davanti solo figlie. Ogni volta sentivo salire una frustrazione stupida e crudele, come se quelle bambine fossero una colpa. Avevo desiderato un maschio per anni, quasi fosse l’unica prova del mio valore. Mio padre aveva quattro fratelli, io ero il primogenito: nella mia testa il “nome” doveva continuare. E invece, una dopo l’altra, erano arrivate tre femmine.
Nel villaggio la gente non perdeva occasione per infilare il dito nella ferita. Le parole correvano da un cortile all’altro, mascherate da battute:
— In quella casa c’è qualcosa che non va…
— Senza un maschio, chi porta avanti il cognome?
Mia moglie incassava ogni sussurro come uno schiaffo. Io, invece di difenderla, mi lasciavo trascinare dal veleno. La vedevo stringere i denti, fare finta di niente, e intanto dimagriva a vista d’occhio.
Quando rimase incinta per la quarta volta, i medici furono chiari: era stanca, il corpo era fragile, avrebbe dovuto fermarsi. Lei tirò dritto lo stesso, come se quella gravidanza fosse l’ultima occasione per salvarsi ai miei occhi. Quando arrivò la notizia che era un maschio, io piansi. Piansi davvero, come un bambino. Pensavo: finalmente.
Ma la gioia durò poco.
Man mano che cresceva, quel bambino mi lasciava addosso un’inquietudine difficile da spiegare. Più lo osservavo e più mi sembrava… diverso. Pelle più chiara della mia, occhi con un taglio che non riconoscevo, una fronte più sporgente. Io sono scuro, ho lineamenti marcati, lo sguardo profondo. Lui, accanto a me, sembrava appartenere a un’altra storia.
E la mia mente, invece di tacere, cominciò a costruire sospetti.
All’inizio erano pensieri che scacciavo. Poi divennero frasi che mi uscivano di bocca quando ero nervoso, quando mi sentivo “tradito” senza avere prove di nulla. La punzecchiavo con un sarcasmo che sapevo ferire:
«Sei proprio sicura che sia mio?»
Mia moglie scoppiava a piangere e io, vigliacco, mi sentivo persino potente. La figlia maggiore — tredici anni — non diceva niente. Mi guardava e basta. Aveva quegli occhi tristi di chi capisce più di quanto dovrebbe.
In casa c’era anche una donna che ci aiutava: una domestica che tutti chiamavano “la parrucchiera” perché arrotondava sistemando capelli alle vicine. Era più giovane di me, sapeva essere gentile nel modo in cui mia moglie non poteva più permettersi di esserlo: lei era stanca, consumata, sempre con un peso addosso.
Quella donna mi ascoltava. Mi accarezzava l’orgoglio. E soprattutto mi diceva le parole che io volevo sentire:
«Con me avrai maschi. Due, tre, quanti ne vuoi. Io ti darò una famiglia come la desideri.»
E io ci cascai. Come un idiota.
Una mattina me ne andai senza dire niente. Non un biglietto, non una chiamata. Solo silenzio. Mi sistemai con lei in una pensione fuori paese e mi convinsi di stare iniziando una vita “nuova”, pulita, fatta su misura per il mio ego. Per una settimana mi comportai come se mia moglie e le mie figlie fossero un capitolo chiuso, un fastidio da archiviare.
Poi, un pomeriggio di pioggia — ricordo ancora l’odore dell’asfalto bagnato — tornai a casa con un’idea precisa: divorzio. Fine. Via.
Aprii la porta e non trovai urla. Non trovai scenate.
Trovai un silenzio che mi mise i brividi.
Le mie figlie erano sedute in soggiorno, immobili, gli occhi gonfi e rossi. Sembravano più piccole e più vecchie allo stesso tempo. La maggiore si alzò lentamente. Non corse verso di me, non mi chiese dov’ero stato, non mi insultò.
Indicò il corridoio, verso la camera.
E disse, con una calma che mi gelò il sangue:
«Papà… vieni a vedere la mamma. Un’ultima volta.»
Per un attimo non capii. La frase rimbalzò dentro la mia testa come un colpo sordo. Poi le gambe mi cedettero e mi ritrovai a correre, spingendo la porta con una forza che non sapevo di avere.
Mia moglie era distesa sul letto. Pallida, immobile, come se qualcuno avesse spento la luce dentro di lei. Sul comodino c’era una lettera cominciata e lasciata a metà. Il bambino non era lì: lo avevano portato i vicini.
Vicino al cuscino, un flacone aperto.
Pillole per dormire.
Le stesse che avevo comprato io. Non per lei. Per la mia amante.
Mi ricordo la mia voce che urlava il suo nome, le mani che la scuotevano, il fiato che non entrava più nei polmoni. Ricordo le urla delle bambine, qualcuno che correva, porte che sbattevano, un telefono che cadeva.
Ma era già tardi. Terribilmente tardi.
Quando finalmente riuscii a leggere quella lettera, le parole mi entrarono nella carne.
Non era un’accusa. Non era una vendetta.
Era un addio pieno di stanchezza.
“Scusa. Ho tenuto questa gravidanza perché speravo che mi avresti guardata con amore. Credevo che un figlio maschio ti avrebbe fatto restare. Ma quando te ne sei andato, ho capito che avevo già perso. Se esiste un’altra vita, vorrei essere ancora la madre dei miei figli… anche se non potrò più essere tua moglie.”
Mi sedetti sul pavimento come un sacco vuoto, con la testa tra le mani, e in quel momento capii una cosa che mi spaccò dentro: io non avevo distrutto una famiglia in una settimana. L’avevo sbriciolata un giorno alla volta, ogni volta che le facevo sentire “insufficienti”, ogni volta che trasformavo l’amore in una prova da superare.
E la donna per cui avevo buttato via tutto?
Quando seppe cos’era successo, non si presentò. Non chiamò. Non ebbe il coraggio di guardarmi in faccia. Sparì e basta, come spariscono quelli che vogliono solo i sogni degli altri, non le loro conseguenze.
Rimasi lì, circondato dal pianto delle mie figlie, con il rumore della pioggia contro i vetri e una sola verità che non potevo più evitare:
ero tornato… ma ero tornato troppo tardi.