Ogni giorno la bambina della casa di fronte mi salutava con la mano — finché un giorno non mi decisi ad attraversare la strada e scoprire perché.
— Sandra, ti ricordi la bambina strana di cui ti parlavo ieri? Guarda… è di nuovo lì, alla finestra. — indicai oltre la strada, con un nodo allo stomaco.
Mia moglie seguì il mio dito e annuì.
— Certo che mi ricordo. Ti sta fissando ancora?
— Sì. E più la guardo, più mi sembra… diverso. Non è un saluto qualsiasi.
Sandra strinse le labbra, pensierosa.
— Magari è solo annoiata. I bambini fanno cose strane.
— No. — scossi la testa. — Non mi saluta e basta. È come se stesse cercando di chiamarmi.
Lei scoppiò in un mezzo sorriso.
— Ah, capisco: tu bussi, dici “mi hai chiamato”, e poi ti aprono dei genitori che ti guardano come se fossi uscito da un film.
— Forse hai ragione, forse mi sto inventando tutto… — borbottai, tirando le tende con un gesto più brusco del necessario. Eppure quell’inquietudine rimase lì, appiccicata addosso come umidità.
Quella notte dormii male. Sogni confusi, corridoi lunghi, la casa di fronte piena di sussurri e ombre. Mi svegliai sudato, con il cuore che correva.
Al mattino, ancora stanco, tornai alla finestra.
E la vidi di nuovo. Due codini, il viso pallido e serio. Alzò la mano lentamente, come un invito.
— Basta, — dissi a Sandra, con una decisione che non mi riconobbi. — Vado a parlare con i suoi genitori. Mi mette paura. Stanotte la sognavo mentre faceva lo stesso gesto. Cosa vuole da me?
Non rimandai. Presi il cappotto e attraversai la strada.
Il campanello suonò dentro un silenzio troppo denso. Aspettai un istante, poi la porta si aprì.
Sulla soglia apparve un uomo sulla quarantina, ma l’età sembrava averlo già stancato. Era pallido, le spalle leggermente curve, lo sguardo affaticato come chi non dorme da giorni.
— Sì? — chiese con voce bassa, gentile, ma consumata.
— Buongiorno. Sono il vicino di fronte. — mi presentai, cercando le parole giuste. — Mi scusi se disturbo… ho notato che sua figlia mi saluta spesso dalla finestra. Volevo solo capire se va tutto bene.
L’espressione dell’uomo si sciolse. Sospirò, come se qualcuno avesse finalmente aperto una finestra.
— È Lili. — disse piano. — Lei… cerca di farsi notare da un po’. Entri, la prego.
Varcai la soglia e mi colpì subito l’aria della casa: tutto in ordine, pulito, persino accogliente… eppure c’era qualcosa di pesante, come se le stanze trattenessero un dolore che nessuno nominava.
Dalla cucina spuntò la bambina. Era esattamente come l’avevo vista dietro il vetro: due codini, occhi grandi, una timidezza che non somigliava alla timidezza normale dei bambini.
— Lili, — disse l’uomo, con un filo di dolcezza. — Questo è il nostro vicino. Salutalo.
Lei avanzò di un passo, stringendosi le mani davanti.
— Buongiorno, — sussurrò. La sua voce sembrava un soffio.
Mi piegai leggermente, per mettermi alla sua altezza.
— Ciao, Lili. Ti ho vista salutarmi molte volte. Dimmi… va tutto bene?
Per un attimo lei esitò. Prima guardò suo padre, poi tornò su di me, come se stesse scegliendo a chi affidare un segreto troppo grande.
— Papà è malato. — disse a mezza voce. — Io non sapevo cosa fare. Ho pensato che… se salutavo qualcuno… qualcuno sarebbe venuto.
Sentii il petto stringersi, come se quelle parole mi avessero colpito fisicamente.
Alzai lo sguardo verso l’uomo. Stava appoggiato al muro con un’evidente fatica, e nel suo volto vidi una sofferenza trattenuta con dignità.
— Mi dispiace… — mormorai. — Non ne avevo idea.
Lui fece un piccolo gesto con la mano, come a minimizzare, ma gli tremò appena il respiro.
— È una malattia cronica. Ci convivo da tempo. Per me e per Lili… non è semplice. Lei è forte, ma è pur sempre una bambina. — si interruppe, e negli occhi gli passò un lampo di commozione.
In quel momento smisi di sentirmi un intruso. Mi sentii, semplicemente, necessario.
— Mi dica cosa vi serve, — dissi, più deciso. — Davvero. In cosa posso aiutarvi?
L’uomo esitò, quasi vergognandosi.
— Non vorrei… imporre nulla.
— Non è un’imposizione. — lo fermai. — Siamo vicini. Se avete bisogno di spesa, commissioni, medicine, o anche solo qualcuno che faccia compagnia a Lili quando lei è stanco… io ci sono.
Lui mi fissò come se non si aspettasse che una frase così esistesse ancora nel mondo. Poi annuì lentamente, e la gratitudine gli riempì il volto.
— Grazie. Per noi… significa più di quanto possa immaginare.
Da quel giorno la mia routine cambiò senza che me ne accorgessi. Passavo di lì spesso: portavo una busta della spesa, sistemavo qualcosa in casa, controllavo che il riscaldamento funzionasse, e soprattutto restavo con Lili. Lei, una volta capito che non ero un pericolo, si aprì come un libro: vivace, curiosa, piena di domande, con una risata limpida che sembrava voler riparare ogni crepa.
Eppure, dietro quel sorriso, c’era sempre una punta di paura. La paura che i bambini non sanno spiegare, ma che si vede negli occhi.
Un pomeriggio, mentre coloravamo seduti al tavolo della cucina, Lili smise di muovere il pastello e mi guardò.
— Secondo te papà guarisce? — chiese, e la voce le tremò appena.
Rimasi in silenzio un istante, cercando una verità che non spezzasse.
— Tuo papà è un uomo forte. Sta facendo le cure, e ci vorrà tempo… ma sta lottando. E tu, Lili, lo aiuti più di chiunque altro. Solo standogli vicino.
Lei annuì, ma negli occhi le rimase un’ombra.
— Vorrei fare di più.
Le sfiorai la mano, con delicatezza.
— Stai già facendo tantissimo. Sei la sua luce.
Passarono i mesi. Con le cure, con l’aiuto della gente del quartiere, e con quella piccola rete di presenza che si era creata senza clamore, Thomas — così si chiamava l’uomo — cominciò a stare meglio. Lo vedevo muoversi con meno fatica, respirare con meno peso. Anche la casa sembrava diversa: più luminosa, più leggera, come se avesse smesso di trattenere il fiato.
Una sera, mentre stavo per andare via, Thomas mi accompagnò alla porta. La sua voce era ancora fragile, ma dentro c’era una forza nuova.
— Non so davvero come ringraziarti, — disse. — Ci hai… rimesso in piedi. Hai cambiato le nostre giornate.
Scossi la testa.
— Non devi ringraziarmi. L’importante è che stiate meglio. E poi… se sono qui è per quel suo saluto.
Thomas sorrise, gli occhi lucidi.
— È incredibile pensare che un gesto così piccolo possa fare così tanto, vero?
— Sì, — risposi. — Ma Lili non stava salutando. Stava sperando.
Tornando a casa, prima di chiudere la porta alle mie spalle, guardai ancora una volta verso la finestra di fronte.
Lili era lì. Alzò la mano.
Solo che stavolta il suo gesto era leggero, felice, senza paura.
Ricambiai il saluto, sentendo qualcosa di caldo salirmi dentro, come un promemoria semplice e potente: a volte basta accorgersi di qualcuno per cambiare tutto. E la gentilezza, quando arriva al momento giusto, non è mai “solo” gentilezza. È un ponte.