Sono tornata a casa e ho trovato Robert in cortile che lanciava i miei vestiti come spazzatura. «Sei licenziata!» sbraitò. «Sei solo una mantenuta! Fuori da casa mia, subito!» Io non mi chinai nemmeno a raccogliere una maglietta. Tirai fuori il telefono, scelsi un numero e feci una sola chiamata. «Accetto l’incarico» dissi, con una calma che non mi riconoscevo. «A una condizione: licenziate Robert.» Mezz’ora dopo, davanti al cancello si fermò una berlina nera, lucida come un segreto. Ne scese una donna elegante, cartellina in mano: la segretaria personale del presidente del consiglio di amministrazione. Mi raggiunse senza esitazioni e, davanti a lui, chinò leggermente il capo. «Il presidente ha accettato le sue condizioni, signora. La aspettiamo per la firma del contratto.» Robert rimase immobile, con la bocca socchiusa e le mie cose ancora tra le dita… come se, in un solo istante, il mondo avesse cambiato padrone.
Il mio primo giorno da “disoccupata” fu, incredibilmente, un respiro pieno. Ero nel mio guardaroba—una stanza che, a raccontarla, sembrava esagerata perfino per chi mi conosceva—circondata da ciò che restava della mia vecchia pelle: camicie di seta stirate alla perfezione, blazer dal taglio chirurgico, décolleté firmate che per anni avevano battuto il marmo dei corridoi … Read more