Il signor Raghav aveva sessant’anni e mani che sapevano di terra: per tutta la vita era rimasto nel suo villaggio povero dell’Uttar Pradesh, a lavorare nei campi con il ritmo ostinato delle stagioni. Non aveva grandi sogni per sé, solo uno: dare ai suoi tre figli un futuro diverso. E tra tutti, la più giovane, Anika, era la sua luce. Obbediente, studiosa, dal carattere gentile, quella figlia gli sembrava la prova vivente che i sacrifici non erano stati inutili.
Qualche anno prima, Anika aveva superato l’esame d’ammissione all’università e, con una determinazione che lui ammirava in silenzio, era diventata contabile in una grande azienda di Nuova Delhi. Fu lì che conobbe Arjun: un ragazzo di città, cresciuto nel benessere, figlio di genitori proprietari di imprese importanti. Si innamorarono, e quando annunciarono il matrimonio Raghav sentì lo stomaco stringersi.
«Sono così ricchi…» ripeteva alla moglie, Savitri, con la voce che tradiva la paura. «Ma sanno amare davvero? O si limitano a comprare tutto?»
Anika, invece, gli prendeva la mano con dolcezza, come faceva da bambina quando voleva rassicurarlo.
«Papà, la famiglia di Arjun ha denaro, sì. Ma lui è una brava persona. È sincero. Non pensare male… Vedrai, starò bene.»
Per amore della figlia, Raghav fece ciò che un padre orgoglioso e disperato fa quando vuole dare dignità ai sogni di una figlia: mise da parte ogni rupia possibile e finì per vendere anche alcuni terreni agricoli, quelli che gli garantivano un minimo di sicurezza. Il matrimonio fu organizzato su due fronti: lui fece la sua parte con fatica e dignità, mentre la famiglia dello sposo trasformò la cerimonia in uno spettacolo. Un hotel di lusso a Nuova Delhi, luci ovunque, fiori, musica, tavoli colmi: tutto brillante, tutto enorme, come se dovesse stupire prima ancora di emozionare. Le nozze sembravano una scena da film di Bollywood.
Il giorno in cui accompagnò Anika nella casa del marito, Raghav pianse. Pianse come si piange quando si lascia andare la cosa più preziosa che si possiede. Eppure, tra le lacrime, trovò la forza di dire:
«Non sarà sempre facile. Ma se vi amate davvero, resisterete. E tutto, col tempo, passerà.»
Dopo il matrimonio, però, Anika tornò sempre più raramente al villaggio. All’inizio erano scuse innocenti: il lavoro, i turni, le scadenze. Poi arrivarono giustificazioni più vaghe: “qui è scomodo”, “è complicato”, “non riesco a organizzarmi”. Ogni chiamata, per Raghav, era una prova di resistenza.
«Stai bene?» le chiedeva ogni volta, come se la domanda potesse proteggerla. «Sono in pensiero.»
E lei, sempre uguale, sempre troppo rapida nel rispondere:
«Sto bene, papà. Non preoccuparti.»
Finché un giorno Raghav e Savitri si guardarono negli occhi e capirono che le parole non bastavano più. Decisero di andare a Nuova Delhi senza avvisare nessuno. Non per controllare, non per litigare: solo per vedere con i propri occhi e stringere la figlia per qualche ora.
Savitri preparò ciò che sapeva portare meglio: sapori di casa. Un pollo ruspante, un cesto di verdure fresche, barattoli di sottaceti fatti con pazienza e spezie, come si fa nei villaggi quando l’amore non è un sentimento astratto, ma un gesto concreto.
Quando il taxi arrivò a Gurgaon e si fermò davanti a una villa immensa, tre piani, muri alti e cancelli eleganti, i due rimasero senza parole. Il cancello di ferro si aprì da solo, con un meccanismo silenzioso, e una domestica comparve quasi subito come se li stesse aspettando.
Raghav accennò un sorriso che gli uscì storto, fragile.
«Allora…» mormorò. «Qui Anika deve essere felice. Un posto così…»
Ma quel pensiero si spense appena varcarono la soglia.
Anika scese di corsa dalle scale. Il volto le si svuotò di colore alla vista dei genitori. Per un attimo parve più spaventata che felice. E la prima frase che le uscì non fu un abbraccio, non fu un “mi siete mancati”.
«Mamma… papà… perché siete venuti senza dirmelo?»
Savitri allungò le braccia come se volesse cancellare quella rigidità.
«Ci mancavi. Volevamo vederti, tutto qui.»
Non fecero in tempo a posare il cesto che una voce tagliente spezzò l’aria del salone.
«E questi chi sarebbero? Qualche contadino ha imparato la strada fin qui?»
Una donna entrò con passi lenti e studiati. Indossava un sari di seta che sembrava costare quanto un anno di lavoro nei campi, i capelli raccolti in uno chignon impeccabile, un bicchiere di vino tra le dita. Era Meera, la madre di Arjun.
Il suo sguardo scivolò sui due anziani come se stesse valutando oggetti fuori posto. Poi fissò il cesto.
«Perché avete portato pollo e verdure? In questa casa non ci manca nulla.»
Anika, con un gesto istintivo, afferrò la mano della suocera.
«Mamma… ti prego. Davanti ai miei genitori no.»
Ma Meera alzò ancora di più la voce, quasi con piacere.
«Credi che sposando mio figlio tu possa trascinarti dietro un villaggio intero? Ricorda chi sei. Non macchiare il nome della mia famiglia.»
Raghav sentì il sangue salire al viso, caldo e umiliante. Savitri restò immobile come pietra, il respiro corto. Anika chinò il capo, e quella postura — piccola, sottomessa — colpì il padre più di qualsiasi insulto. Le mani della figlia tremavano mentre stringevano l’orlo del sari, come se anche il tessuto le stesse sfuggendo tra le dita.
Raghav capì tutto in un attimo. Capì perché Anika chiamava poco. Capì quel “sto bene” detto troppo in fretta. Capì la distanza, le scuse, l’assenza. E qualcosa dentro di lui si spezzò.
«Da quanto tempo…» disse con la voce incrinata, «mia figlia vive così? Da quanto tempo abbassa gli occhi per non essere schiacciata? Mi ha sempre detto che era felice… È questa la felicità?»
Fece un passo avanti, e con una fermezza che sorprese persino lui, prese la mano di Anika.
«Vieni con me.»
Anika spalancò gli occhi, come se non potesse credere di avere davvero un’uscita.
«Papà…»
«Papà non è ricco» la interruppe, e gli tremò il mento, ma non la decisione. «Non ha una villa, non ha domestiche, non ha cancelli che si aprono da soli. Ma nessuno, nella nostra casa, ti guarda come se fossi sporcizia. Nessuno ti tratta come una serva.»
Anika crollò. Le lacrime le scesero senza controllo e si aggrappò al padre come quando era bambina e aveva paura dei temporali.
Meera scattò in avanti, indignata, pronta a bloccarli con parole taglienti o con l’orgoglio di chi crede che il denaro sia un diritto.
«Non potete…»
Raghav la guardò dritto, per la prima volta senza abbassare gli occhi.
«Da oggi mia figlia non è più vostra nuora. È mia figlia. E la riporto a casa.»
Anika non prese quasi nulla: una piccola borsa, qualche vestito semplice, nient’altro. Come se in quella villa non le appartenesse davvero nulla. Uscirono senza scenate, senza urla: solo con un silenzio che faceva più rumore di qualsiasi litigio.
Nel taxi, mentre il mondo ricco di Gurgaon scivolava via dai finestrini, Raghav tenne la mano della figlia stretta tra le sue. Le sue dita erano ruvide, segnate dal lavoro, eppure in quel gesto c’era una cura che nessun lusso poteva comprare.
«Non chiedere scusa» le disse piano. «Io voglio solo una cosa: che tu viva come una persona. Non come un trofeo da esibire.»
Quella sera, Anika tornò nel villaggio con i genitori. Lasciò alle spalle una casa enorme e un matrimonio che le aveva tolto il respiro. E ricominciò da capo nel solo posto dove, davvero, non doveva dimostrare nulla a nessuno: dove l’amore non aveva bisogno di apparenze, perché bastava il cuore.