Anna restava davanti alle porte grigie, scrostate, della maternità come se qualcuno l’avesse scolpita lì: ferma, rigida, con la solitudine che le spingeva il petto dall’interno. Tra le braccia teneva stretta la piccola Sveta, avvolta in un fagottino azzurro troppo acceso per quella notte senza colore. Azzurro: il colore che tutti avevano previsto. Il colore su cui avevano scommesso, come se bastasse a garantire un destino.
L’ecografia aveva detto “maschio”. E Vitja — suo marito — alla prima visita si era presentato come un uomo che ha appena trovato acqua nel deserto: occhi brucianti, risate troppo forti, promesse lanciate in aria.
— Un figlio, Anja! Un erede! — aveva gridato, battendosi le mani sulle ginocchia. — Vedrai: il nostro sarà un grande!
Aveva persino ordinato champagne al bar davanti all’ospedale, come se già vedesse quel bambino crescere e conquistare la vita.
Solo che la vita, quando sente parlare di certezze, si diverte a smentirle.
La bimba nacque femmina. Non “una femmina e basta”: piccola, silenziosa, leggera come una striscia di luna sull’acqua. Venne al mondo nel cuore della notte, senza strilli trionfanti, solo con un pianto sottile. Le lacrime le scivolavano sulle guance minuscole, limpide, quasi sembrassero dire: “Non sono quella che aspettavate”.
Vitja non arrivò. Non al parto, non alla dimissione. Il telefono rimase muto, ostinato.
Anna chiamò sua madre, cercando una voce che la riportasse a terra. Dall’altra parte ricevette solo freddezza.
— Lascialo sbollire. Un uomo vuole un erede. E una figlia… — fece una pausa, come se l’idea le desse fastidio — una figlia si sistema da qualche parte.
Quelle parole entrarono in Anna come una scheggia.
Non pianse. Non urlò. Raccolse in silenzio le sue cose, sistemò meglio la copertina sulla neonata e uscì. Senza sapere davvero dove andare.
O meglio: lo seppe quando si ritrovò in una comunale ai margini della città, in una stanza piccola affittata per poche banconote da una vecchia chiamata Klava. Aveva il viso segnato dagli anni, ma mani delicate e una gentilezza che sembrava dimenticata dal resto del mondo. Le portò tè caldo, le mostrò come lavare i pannolini senza spaccarsi le dita dal freddo, cucinò una pappa quando Anna, dopo notti senza sonno, sentì le gambe cedere.
Fu lì che Anna capì una cosa semplice e feroce: famiglia non è chi ti dà un cognome, ma chi resta quando tutto si sbriciola.
Gli anni scivolarono via rapidi, come foglie trascinate dal vento. Anna lavorava ovunque potesse: di giorno commessa in un chiosco, di notte pulizie in un centro uffici. Le mani le si screpolavano tra detersivi e gelo, la schiena bruciava, ma Sveta cresceva. E cresceva bene.
La bambina diventò sveglia, bella, con due occhi in cui sembrava riflettersi un cielo intero. Non chiedeva del padre. Non perché non le importasse: lo sentiva, semplicemente, che quella domanda avrebbe aperto una ferita nella madre. E Anna, a forza di stringere i denti, aveva imparato a vivere senza nominare Vitja, senza concedergli nemmeno lo spazio di un ricordo.
Si era convinta di averlo cancellato.
Poi, una sera, tornando dall’ultimo turno, sotto un cielo basso e grigio, Anna lo vide.
Vitja era appoggiato con noncuranza al cofano di una Mercedes nera lucida, che rifletteva i lampioni come uno specchio. Portava un anello d’oro con una pietra vistosa. Accanto a lui c’era un bambino sui sette anni, identico a come Vitja doveva essere da piccolo: stessa postura, stesso modo di tenere la testa alta. Solo lo sguardo era diverso: duro, pretenzioso, come se il mondo gli dovesse qualcosa.
Vitja alzò gli occhi, e fu come se il tempo gli avesse dato uno schiaffo.
— Anja?.. — mormorò, e la voce gli tremò. — Tu… tu come…
Anna non rispose. Strinse la borsa al petto come fosse uno scudo.
E in quel momento Sveta fece un passo avanti. Piccola, con la giacca un po’ troppo leggera per la stagione, ma con una fermezza negli occhi che pareva enorme.
— Mamma, chi è quell’uomo? — chiese, guardando Vitja dritto in faccia.
La domanda era calma, ma tagliente come vetro.
Vitja impallidì. Perché lo vide senza poterlo evitare: davanti a lui c’era sua figlia. Non “una bambina qualunque”. Sua. La prova che aveva rifiutato, la parte di sé che aveva buttato via per un’ossessione ridicola.
Sveta aveva qualcosa di Anna, certo: la dolcezza nei lineamenti, la luce nello sguardo. Ma c’erano dettagli impossibili da ignorare: gli zigomi, l’ombra del sorriso, un modo di stare ferma… tutto gridava la sua origine.
Vitja aprì la bocca, senza voce.
— Questa… è…
Dal sedile dell’auto scese una donna con un cappotto leopardato, capelli platino e un’espressione di disprezzo cucita addosso.
— Vitja, chi sono questi? — sbottò, senza abbassare il tono. — E che odore… Ma andiamo!
Il bambino fece una smorfia.
— Papà, muoviamoci. Sono sporchi.
Vitja non sentiva nulla. Guardava Sveta come si guarda qualcosa che ti cade addosso all’improvviso e ti cambia la gravità.
Anna prese la mano della figlia.
— Andiamo, amore. Qui non c’è niente per noi.
Si allontanarono senza fretta, dritte, senza voltarsi. Due figure semplici, ma fiere. E Vitja restò lì, piantato, con il mondo che gli si sbriciolava sotto i piedi.
La donna bionda continuava a lamentarsi, il bambino chiedeva un gelato, la macchina brillava. Ma, per la prima volta, Vitja vide tutto per quello che era: una vetrina. Lucida fuori, vuota dentro.
Aveva scambiato un amore vivo con un miraggio fatto di status, soldi e “eredi”.
Quando le vide sparire in un portone vecchio, inghiottite dal buio, capì anche un’altra cosa: non aveva più diritto di entrare nella loro vita.
Fece un passo, poi si fermò. Non per orgoglio. Per vergogna.
Tornò indietro come un condannato verso la sua “vita perfetta”, che ormai gli pareva una gabbia. Salì in auto, accese il motore e partì.
Con sé non portava trionfi, né potere. Portava un vuoto che nessun oggetto costoso avrebbe riempito.
Nella stanza piccola, invece, c’era odore di borsch caldo: Klava, come sempre, aveva lasciato qualcosa da mangiare. Sveta taceva. Anna la strinse a sé, accarezzandole i capelli.
— Va tutto bene. Non ci pensare.
Ma Sveta sollevò gli occhi, pieni di domande.
— Mamma… e lui chi era?
Anna inspirò lentamente.
— Qualcuno che un tempo era vicino. Adesso no. — disse, sapendo che era una mezza verità.
Perché la verità avrebbe continuato a crescere insieme a sua figlia, come crescono tutte le cose non dette.
Quella notte Sveta si addormentò con un sorriso leggero, come se il sonno le proteggesse il cuore. Anna le sfiorò la guancia e sussurrò piano, più a se stessa che al buio:
— Spero che tu non debba mai pagare il prezzo di questa vita. Che per te la felicità sia normale. Che l’amore non faccia paura.
E dall’altra parte della città, Vitja sedeva nel suo studio, un bicchiere di whisky in mano, fissando il nulla. Ripensava ad Anna, alle promesse, ai progetti, al futuro che aveva spezzato con una sola scelta.
Al mattino si guardò allo specchio e vide un uomo stanco, invecchiato troppo in fretta.
Non pensò al perdono: sapeva di non meritarlo.
Pensò solo a espiare, almeno un po’. In silenzio. Da lontano. Aiutare senza comparire. Essere presente senza distruggere ciò che aveva già rovinato.
E, mentre Sveta faceva colazione nella loro stanzetta, alzò la testa e chiese all’improvviso:
— Mamma, perché certe persone diventano tristi quando ci guardano?
Anna sorrise, e nel sorriso c’era tutta la sua fatica e tutta la sua forza.
— Perché noi, tesoro, siamo la felicità. E non tutti sanno riconoscerla.