Alcune storie d’amore nascono sotto costellazioni benevole. La nostra, invece, è cominciata con un bicchiere di latte ghiacciato rovesciato, due frecciatine ben piazzate e una rivelazione capace di sbriciolare, in un colpo solo, tutto ciò che credevo di sapere dell’uomo che avevo accanto. Perché Jack — il mio Jack — aveva fatto l’impossibile per mettermi alla prova. Per capire se la mia fedeltà avesse un prezzo.
L’ho incontrato un anno fa, e non c’era niente di cinematografico in quel momento. Un caffè affollato, io con la testa piena di pensieri e le mani sempre un po’ troppo veloci… e lui con una pila di documenti ordinati con una precisione quasi maniacale. Un attimo dopo, il disastro: il mio latte ghiacciato si riversò dritto su quelle carte come una cascata.
Mi si gelò il sangue.
Cercai asciugamani come se stessi spegnendo un incendio, balbettando scuse a raffica. Lui, invece, rise. Proprio rise.
— Direi che il destino ci sta intimando di fermarci un attimo — disse, con una calma disarmante.
— No, ti prego, mi dispiace da morire! — farfugliai, tamponando i fogli ormai maculati. — Giuro che non sono sempre così… cioè, va bene, lo sono. Ma non volevo.
I suoi occhi si illuminarono di quel tipo di divertimento che non prende in giro: ti accoglie.
— Allora devo mettere al sicuro il resto prima che tu decida di fare una degustazione completa anche con loro.
E lì, in mezzo alla mia figura imbarazzante e al suo sarcasmo gentile, successe qualcosa. Quel “qualcosa” che senti prima nello stomaco e solo dopo lo chiami attrazione.
Restammo a parlare per ore. Jack era brillante, ironico, incredibilmente semplice da frequentare. Mi disse che lavorava nella logistica per una piccola azienda; io gli raccontai del mio marketing, delle campagne che mi rubavano il sonno e di quanto odiassi i briefing inutili. Niente pose, niente vanterie: solo una conversazione leggera, sorprendentemente intima, come se ci fossimo già incontrati in un’altra vita.
— Di solito detesto quando mi rovesciano addosso le bevande — disse mescolando il secondo caffè — ma per te posso fare un’eccezione.
Alzai un sopracciglio.
— Una sola?
— Dipende da quante altre volte hai intenzione di aggredirmi con i latticini.
Fu così che iniziò.
Da subito Jack insisteva per vederci spesso a casa sua. Non mi dava fastidio: nel mio palazzo il vicino era ossessionato dal silenzio e guardava male chiunque respirasse dopo le dieci. Il problema non era la scelta… era l’appartamento.
Diciamo che aveva “personalità”.
Un monolocale minuscolo, in un edificio vecchio, con quella luce triste da lampadina stanca e una strada che non avresti definito esattamente “da cartolina”. Il riscaldamento decideva quando funzionare come un gatto capriccioso. Il divano era un reperto archeologico tenuto insieme da buona volontà, nastro adesivo e speranza. E la cucina… beh, “cucina” era una parola generosa: c’era una sola piastra elettrica, perché, a detta di Jack, “il fornello si prende pause di riflessione”.
— Questo divano è il gioiello di casa — annunciò una sera, fiero come se avesse appena comprato un attico. — Un letto di lusso sotto mentite spoglie.
Mi sedetti. Una molla mi colpì la schiena con un’aggressività personale.
— Jack, questo divano sta tentando un attentato.
Lui rise di gusto.
— Dagli tempo. Alla fine ti affezioni.
— Come alla muffa?
— Ehi, rispetto. Lei si chiama Martha.
Lo fissai, incredula.
— Hai dato un nome al divano assassino?
— Certo. È famiglia — disse, accarezzando il bracciolo come se fosse un animale domestico. — Mi ha visto nei momenti difficili: noodles istantanei, maratone notturne, drammi inutili…
Indicai la piastra con aria sospettosa.
— E dimmi: come fai a sopravvivere con quell’aggeggio?
Il suo sorriso si fece quasi timido.
— Ti sorprenderesti di cosa si può fare con una piastra e un minimo di entusiasmo. Vuoi vedere la mia ricetta segreta? Le mie noodles all’uovo sono… pericolose.
— Che raffinato chef — risi.
Eppure, dentro, mi si scaldava qualcosa. Non per l’appartamento, non per il “pittoresco”: per il modo in cui Jack riusciva a rendere tutto leggero, persino le difficoltà. E soprattutto perché io non ero lì per qualche idea di lusso. Non mi interessavano locali esclusivi, auto sportive o case con vista. Mi interessava lui. Punto.
Poi arrivò il nostro primo anniversario.
Ero euforica. Mi aspettavo una sorpresa nel suo stile: magari una cena improvvisata, candele comprate al supermercato e una commedia romantica da commentare con cinismo. Sentii la sua voce dietro la porta:
— Quando esci, occhi chiusi! Vietato barare!
— Se mi hai preso un’altra pianta da quel venditore ambulante sospetto, giuro che…
Aprii la porta e rimasi immobile.
Jack era lì fuori, appoggiato con una noncuranza irritante a un’auto che sembrava uscita da un film di spie. Di quelle che non vedi parcheggiate per strada: le vedi nei garage dei super-ricchi o nei video patinati.
Mi porse un mazzo di rose rosso scuro.
— Buon anniversario, amore.
Sbattetti le palpebre. Auto. Rose. Jack.
— Di chi è questa macchina?
Lui si grattò la nuca, quel gesto da “so che sto per dire una cosa grossa”.
— È mia.
Scoppiai a ridere, convinta fosse una battuta.
— Sì, certo. E io sono la regina d’Inghilterra.
Lui non rise.
E in quel secondo capii che stava dicendo la verità.
Mi raccontò tutto: per mesi mi aveva “provata”. La logistica in una piccola impresa? Una versione edulcorata. In realtà era l’erede di un colosso di famiglia, con conti che facevano girare la testa. Il monolocale malandato? Non era casa sua. Era un affitto scelto apposta, un set costruito per capire se sarei rimasta anche senza la promessa — implicita — dei soldi.
Lo guardai come si guarda una persona che improvvisamente parla un’altra lingua.
— Aspetta… cosa?
Lui sospirò, imbarazzato.
— Lo so che sembra assurdo. Ma… ogni relazione che ho avuto cambiava non appena veniva fuori il denaro. Da un momento all’altro non ero più “Jack”. Ero Jack con un patrimonio.
— E la tua soluzione geniale è stata… fingerti povero?
— Detto così suona…
— Suona folle. E pure un filo manipolatorio. Sì.
Mi fissò, come se aspettasse di essere condannato. Poi tirò fuori dalla tasca una piccola scatola di velluto.
— Volevo essere sicuro che mi amassi per me. Adesso lo so.
E, proprio lì, sul marciapiede, si inginocchiò.
— Giselle… mi vuoi sposare?
Probabilmente molte avrebbero gridato “Sì!” senza respirare. Io, invece, sentii il bisogno di fare una cosa sola: pareggiare il conto.
Sorrisi, presi con calma le chiavi dell’auto che stringeva ancora, e dissi:
— Fammi guidare. Se quello che sto per mostrarti non ti fa scappare a gambe levate, allora la risposta sarà sì.
La sua faccia passò da emozionata a confusa.
— Ehm… okay?
— Fidati — dissi, con un sorriso che aveva lo stesso sapore della vendetta gentile.
Venti minuti dopo ci fermammo davanti a cancelli altissimi in ferro battuto. Jack aggrottò la fronte.
— Dove siamo?
— Ti ricordi quando ti ho detto che sono cresciuta in una casa “modesta”?
— Sì…
— Ecco. Ho un po’… romanzato la modestia.
I cancelli si aprirono lentamente, rivelando una villa enorme: giardini curati, fontane, vialetti, persino un labirinto di siepi che sembrava messo lì solo per far perdere la pazienza agli ospiti.
Jack rimase a bocca aperta.
— Aspetta… TU sei ricca?
Lo guardai, divertita.
— Oh sì. Molto.
Lui fece un passo indietro, come se il mondo avesse appena cambiato asse.
— Quindi… tu mi stavi mettendo alla prova mentre io mettevo alla prova te?
Annuii.
Per un attimo rimase in silenzio. Poi scoppiò a ridere. Una risata vera, liberatoria, quasi incredula.
— Siamo completamente fuori di testa.
— Forse — risposi avvicinandomi. — Ma almeno siamo onesti nello stesso modo sbagliato.
Ci guardammo e, in quell’assurdità perfetta, trovammo l’unica cosa che contava davvero: non i soldi, non i test, non le maschere. Ma il fatto che, sotto tutto quello, eravamo ancora lì. Insieme.